Al rientro dall’Argentina, abbiamo intervistato Jarno Zaffelli, ideatore e progettista dello splendido e nuovo Circuito Termas de Rio Hondo…

La vittoria di Marc Marquez sul nuovo e spettacolare Circuito Termas de Rio Hondo, ha espresso, ancora una volta, il suo talento, la sua grinta e preparazione mentale ma, soprattutto, la sua grande capacità di adattamento visto che per la prima volta dopo 15 anni, la classe regina del Motomondiale torna in terra Argentina.

Un tracciato veloce ma anche tecnico, con curvoni velocissimi che lascia certamente spazio allo spettacolo (lo abbiamo visto tutti) in virtù delle sue ampie vie di fuga e del fatto che sia stato progettato anche per “coinvolgere emotivamente” il pubblico ma, soprattutto, i piloti.

La “capacità espressiva” di questo tracciato è merito di Jarno Zaffelli, ovvero colui che ha dato vita a questo progetto, immedesimandosi nella sua sequenza di curvoni veloci… “E’ un circuito molto veloce, con un layout che sembra facile, banale. Ma non lo è”. Sono le parole di Zaffelli che, da vero appassionato delle due ruote, lo ha maturato curva dopo curva, con pazienza ma soprattutto rispetto e passione.

Una vista certamente diversa dal cupolino della moto….

E’ vero, spesso ci chiediamo cosa ci sia dietro lo spettacolo che ci regalano la MotoGP, la Moto2 e la Moto3 ma, ancor più spesso, ignoriamo che, alle spalle dell’adrenalina che si scatena nelle bagarre di gara, c’è un attento disegno del tracciato, un suo “bilanciamento” degli spazi, un’incredibile sequenza di visioni che il progettista deve considerare pensando al pilota in moto.

Certamente affascinante come approccio l’idea che quei piloti che danzano in sequenza sulla pista, lo hanno già fatto nella mente del progettista che, attraverso un “cupolino statico ed immaginario” riesce ad avere una visione globale della gara, di ciò che può accadere in quanto a staccate e sorpassi in quanto a spettacolo. Che nasce giro dopo giro…

Volendo approfondire questo tema, abbiamo pensato di far parlare proprio Jarno Zaffelli (titolare dello Studio Dromo), artefice e ideatore unico del circuito oltre che dello spettacolo legato alla gara di domenica scorsa in Argentina…

Spesso, la figura del progettista, rimane un po’ in ombra, quasi umilmente nascosta, perché l’interesse e l’adrenalina è tutto concentrato sui piloti e sulle loro performance in pista; ma c’è chi, come il progettista italiano, lavora non solo per generare emozioni, ma anche e soprattutto per la sicurezza dei rider in gara.

E lo fa spesso con grande umiltà, perché, nel caso di Jarno Zaffelli, emerge una grande sensibilità di base, quale base essenziale dell’approccio a questo nuovo progetto argentino. In questa intervista quindi, si parla di passione ma anche attenzione, focalizzata per rendere la sequenza di curve un’esaltante e magica danza tra i cordoli…

Da dove arriva la passione, l’interesse nel disegnare circuiti

“Mi chiamo come un ex Campione di motociclismo mancato nel 1973 a Monza… Ho vissuto in una famiglia di appassionati, ma quando ho capito che volevo fare qualcosa nel motorsport, mi sono accorto di esser troppo vecchio per fare il pilota. Avevo 23 anni… Stavo cercando un lavoro di nicchia, oltre che unire la mia passione ad un mestiere che in pochissimi stavano cominciando a fare, era il 2000, ed è stato il mio inizio”

Quali sono le difficoltà tecniche riscontrate nel motodromo argentino?

“Principalmente quelle dovute al controllo qualità. L’ottenere i risultati voluti ha necessitato un grandissimo impegno, da parte di tutti, altrimenti la pista non sarebbe venuta come la vediamo oggi. Quando andai la prima volta in Argentina, la miglior pista nazionale sembrava una degli anni ‘60, ora è Termas de Rio Hondo”.

Quando lei disegna un circuito, immagina il pilota che percorre il suo disegno? Cosa pensa in quel momento?

“Diciamo che il pensiero viene zona per zona. Ogni sequenza di curve, ogni singola curva e transizione, l’immaginazione è la base. Ma non basta. E’ soggettiva. E allora si butta giù uno schizzo, lo si modifica 60 volte, lo si mette al simulatore, ci si gira. Fino a che la pista non sembra ok. Poi si calcola la sicurezza. Fino ad amalgamare il tutto”.

Molti si chiedono se, chi disegna circuiti, si immedesima nella “parte del pilota”…

“Certo, ma con una dote in più. L’umiltà. Un progettista non può pensare di essere un pilota per diversi motivi. Innanzi tutto è molto raro che un pilota riesca a disegnare una pista che sta percorrendo, o sulla quale ha anche vinto. E quindi non ha gli strumenti per fare il contrario. Ho diverse esperienze di piloti che guardano un tracciato ma non riescono a capirlo fino a che non ci girano. E un progettista non può permetterselo. Deve riuscire a tradurre le proprie idee nei desideri dei piloti e realizzarli”.

Ci parli di questo nuovo circuito dove domenica si è corso…

“E’ un circuito molto veloce, con un layout che sembra facile, banale. Ma non lo è. Tutti i piloti se ne sono accorti. E vorranno girarci sempre un giro in più di quello che han fatto. E’ stato progettato per essere una bella pista, non una per auto o per moto, ma con in mente i due mondi. Ho piloti sia di moto che di auto che mi chiamano per congratularsi, a tutti è piaciuto il layout, dopo anni di piste belle da vedere ma forse non così belle da guidare”.

Il Motomondiale è tornato in argentina dopo 15 anni… Che effetto le fa sapere che si è gareggiato sull’asfalto di una sua creatura?

“Emozionante. Ma non quanto lo sarebbe veder vincere un italiano, magari all’ultima curva, progettata apposta. Ci farei la firma per esser lì a vederlo”.

Ed a proposito di asfalto, ci sono materiali particolari utilizzati in questo progetto?

“Certamente. Ma son tutti materiali locali. Studiati in base al clima, alle disponibilità del territorio. Compatibili con le alte temperature che si trovano in quella zona. Ma non posso dire di più”.

Facciamo un giro di pista insieme… ci racconti il circuito, le velocità, le staccate…

“Il rettilineo di partenza termina in una curva molto lunga verso destra, velocità di circa 100/110 Km/h. Sembra interminabile, ma quando finisce è già troppo tardi. Dovevamo dar gas per la 2. Questa è particolare, ha un banking variabile, e va sacrificata per poter entrare nella 3, negativa, prima del lungo rettilineo. Se sbagli la 2, allarghi la 3 e addio velocità di punta.

Dopo circa 1 Km abbiamo la staccata più forte, per la seconda curva più lenta del tracciato, la 5. Che immette subito dopo in un curvone da quinta piena in discesa, fatta apposta per lasciare gomma sull’asfalto. A circa 270 Km/h arriviamo alla 7, che in realtà ha un punto di corda falso. Con la 8 forma una curva doppia, con diverse possibilità di traiettoria. Perchè quella dopo, la 9, è la curva più importante del tracciato: immette infatti in una sequenza di tre curve dove la prima è in salita e cieca, la seconda è negativa e la terza è da quinta con il gas in mano. Sbagli la prima e ti fermi alla terza in una curva interminabile. Se l’hai fatta bene, invece, arrivi a fucilata alla 12, e lì viene il problema. Dato che la 14, l’ultima curva, è a traiettoria obbligata, devi scegliere come impostare la 13. Che ha una forma inusuale, ad arco catenario, e che lascia libera interpretazione. Solo uno passerà ed arriverà molto probabilmente, primo al traguardo”.

Alcuni team hanno già provato il circuito a Luglio scorso… E’ stata chiesta qualche modifica? Se si, quale?

“Nessuna. Ma nemmeno FIA e FIM ne hanno chieste. La pista è stata approvata unanimemente”.

Nel suo motodromo ci sono curvoni dove si raggiungono velocità elevate… Una scelta, una selezione o semplicemente regalare adrenalina ai piloti ed al pubblico?

“Vengo da esperienze diverse. Nella storia degli autodromi esistono vittime sacrificali. I curvoni veloci. Prenda il Tamburello, per esempio. Sacrificato sull’altare della “sicurezza”. D’altronde, dove non ci sono gli spazi sufficienti…non si può fare molto. Ma qua gli spazi li avevo. E allora ho cercato di ridare qualcosa che ormai era estinto ai piloti e agli spettatori”.

Quando lei disegna, pensa anche al pubblico che guarda dall’esterno?

“Certamente. Per questo Termas ha solo tribune esterne che, da ognuna, permettono di vedere quasi metà tracciato”.

A livello televisivo, quanto incide la tv nel disegnare un circuito per la MotoGP?

“Per la MotoGP, relativamente poco. Nella Formula 1 invece molto di più. Parlando di motociclismo, incide nelle strutture per ospitare i cartelloni pubblicitari. Per alcuni punti di vista. Per le corsie di servizio e per le infrastrutture tecnologiche, paddock, TV Compound e media center. Ma non sul tracciato”.

Il punto che le piace di più del suo circuito…

“La sequenza T9 e T10”.

…e quello più difficile…

“la T3”.

I primi commenti su questo nuovo circuito che ha avuto modo di ascoltare sono… sia dei piloti che addetti ai lavori, team manager, ecc…

“E’ quasi imbarazzante sentire i commenti di tutti. Sono veramente tutti contentissimi, mi fermano per parlarmi della pista, anche chi pilota non è. Mentre erò lì una sera ho visto un meccanico che dopo 8 ore di lavoro nello scaricare le casse, è andato da solo a farsi un giro a piedi. Come se fosse un piacere sottile, immaginarsi veloce a passo d’uomo”.

A cosa sta lavorando attualmente?

“Ho diversi progetti aperti. Per circuiti nuovi o rifacimenti di esistenti. In Italia e all’estero”.

A suo avviso qual è il circuito perfetto? Esiste oppure…lavori in corso?

“Perfetti no, preferiti eccome. Vorrei che un mio prossimo progetto ci si avvicinasse ancora di più. Alla perfezione. Ma senza avvicinarsi troppo. La perfezione non è eccitante come un circuito dev’essere”.

(Foto Studio Dromo)

Articolo precedenteMOTO GP: MARQUEZ INARRESTABILE, PEDROSA 2°
Articolo successivoMOTO GP: MARQUEZ E PEDROSA VOLANO A JEREZ
Andrea Di Marcantonio
“Non è facile racchiudere quasi trent’anni di passione in poche righe. Lo è invece quello stimolo quotidiano e continuo che mi porta in sella alle moto ed a bordo delle quattro ruote, su strada quanto in pista. Senza dimenticare tutto ciò che compone il mondo dei motori, mondo dalle mille sfaccettature… Ed è proprio questa passione che alimenta e mi fa “capire” ed “interpretare” i veicoli che provo in una chiave di lettura tecnica e completa oltre che diversa. Punto sulla qualità e l’approfondimento testuale oltre che sull’impatto fotografico delle prove. Al mio fianco Giuseppe Cardillo e Lorenzo Palloni, fotografi ma, soprattutto, “compagni di viaggio” in questa avventura che parla di performance. Con loro, il videomaker Andrea Rivabene. Importante è il modo diverso di raccontare le prove, abbinata alla ricerca delle migliori location. E poi i progetti legati ai giovanissimi con PROGETTO MX dedicato al motocross e SPEED PROJECT, dedicato al mondo del CIV Minimoto. Insomma un impegno a 360°, perchè PERFORMANCEMAG.IT è tutto questo!”