Un ragazzo disabile che non ha rinunciato alla sua passione racing…

A volte non servono troppi giri di parole. A volte basta leggere ed ascoltare un altro punto di vista, un nuovo punto di forza. Una nuova sfida che si ripete ogni giorno e che diventa estrema quando ci si schiera sulla griglia di partenza di una gara ma, soprattutto, di una vita diversamente abile…

Garpez Team è una realtà forte di un progetto forte, che mira a far conoscere la diversità nei suoi aspetti meno…inaspettati. Perché una passione non si può spegnere dentro l’anima e non può essere spenta nemmeno da un “percorso diverso”, da un incidente, da un trauma che ha segnato per sempre la vita di questi ragazzi davvero unici e speciali. Quindi poche parole, molti fatti, andare avanti con il sorriso nel cuore, sulla bocca e godere del loro sport. Questa è la vera essenza di quanti disabili desiderano “essere uguali” nella loro totalità di persone. Per questo è realmente istruttivo, emotivamente parlando, entrare in contatto con la loro storia, i loro sogni, i loro desideri, la loro accesissima passione…

Come nasce l’idea del Garpez Team?

L’idea del team nasce in pista, durante la mia prima gara della carriera, nel 2007. Tante persone, alcune disabili e alcune no, si avvicinano a questo ragazzo che corre senza una gamba e iniziano a fare complimenti ma soprattutto a fare domande. Capisco che la cosa desta interesse, che molte persone – semplicemente vedendomi – capiscono di potercela fare, vogliono provare, vogliono capire che sensazioni si provano. E poi capisco anche che si sa pochissimo di quad ed handicap: leggi, adattamenti, patenti, tecniche… E allora, per rispondere a tutte queste esigenze, nasce l’idea di fare qualcosa di più strutturato, che possa diventare un punto di riferimento per l’argomento su tutto il territorio nazionale e, perché no, non solo: il Garpez Team, appunto.

Cosa significa un’attività racing per un disabile?

Esistono disabili di molte categorie ma, per semplificare, vedo due “partiti” molto lontani tra loro: quelli che fanno mille sport per dimostrare qualcosa al mondo e a loro stessi, forse più che in assenza dell’handicap, e quelli che non fanno niente perché si rassegnano ad una vita meno ricca di entusiasmi ed emozioni. Noi stiamo nel mezzo: non c’è niente da dimostrare nell’essere disabile e voler correre in quad. Non c’è da far vedere a qualcuno qualcosa che si farebbe comunque. C’è solo da testimoniare il fatto che è possibile andare in quad e che è possibile divertirsi e anche tanto, nonostante un handicap che in teoria dovrebbe penalizzare, punto.

Le gare, per il Garpez Team sono fondamentali ma non sono la prima voce nella nostra mission: attraverso le gare, che facciamo con piacere perché ci piace farle, noi ci facciamo conoscere e raggiungiamo così tante persone, più che con attività con componente emozionale meno vigorosa. Quando un disabile vede un altro disabile fare quello che facciamo noi, può pensare “beh, ma se lo fanno loro, posso farlo anche io…”. Tutto qui. Poi è giusto dire che ci sono disabili che hanno vissuto il mondo “racing” prima di un infortunio che li ha costretti a vivere in carrozzina: in questo caso il team, che ha accompagnato in molti casi il ritorno in pista di questi ragazzi, è spettatore di un momento unico, quello del ritorno in pista… Brividi!

Quali difficoltà avete superato per guidare i vostri quad?

Tecnicamente, nessuna. Il quad è un mezzo che per essere guidato non richiede nessuna particolare abilità, anzi: si può dire che le differenze fra disabili e non, si azzerano o quasi quando si è seduti in sella. Chiaramente il discorso cambia nel caso si voglia tirare il cordino all’acceleratore, dove allora la tecnica di guida diventa fondamentale e molti sono gli accorgimenti da adottare. In ogni caso, le principali difficoltà non sono sull’uso del quad, quanto soprattutto sulle dinamiche legislative dettate da una burocrazia che fa di tutto per disincentivare l’utilizzo del quadriciclo all’interno del Codice della Strada. E parlo di patenti speciali ai limiti dell’inverosimile e di adattamenti obbligatori, molto spesso inutili, che non fanno altro che ingrassare le casse di qualcuno, a discapito del disabile.

Che tipo di attività sportiva portate avanti?

Il quad è un mezzo che ormai viene adottato in tutti gli sport tipici dell’offroad: cross, baja, rally, endurance, ecc. Ogni disciplina ha le sue peculiarità che si sposano in maniera più o meno elevata con il singolo handicap di ognuno. Perciò noi non portiamo avanti una o l’altra disciplina, incentivandone la pratica a discapito di un’altra. In base alle proprie velleità agonistiche, alla propria attitudine, al proprio desiderio di cimentarsi in competizione, il Garpez Team può consigliare sia nel giusto approccio, sia nelle tecniche di guida che di setting dei quad, che variano e di molto proprio a seconda delle discipline. Non tutti gli sport sono uguali e non tutti i disabili sono uguali, quindi ci sentiamo di consigliare e accompagnare caso per caso, a seconda delle esigenze. Chi vive l’handicap quotidianamente può avere diversi livelli di difficoltà: se non si è in grado di controllare la stabilità del mezzo perché non si ha la corretta forza negli arti inferiori e superiori, di certo non consigliamo di fare quadcross in mezzo ad altri piloti, perché il rischio per sé e per gli altri, diventa troppo elevato: il disabile non ha margine di errore, quindi non dovrebbe mai andare oltre i propri limiti, dal nostro punto di vista. Anche perché il quad ha talmente tante applicazioni che ci si può orientare su cose più o meno rischiose, restando comunque a contatto con la sua grande capacità di far sentire in totale libertà. Insomma, il racing non è che la punta dell’iceberg di un “movimento” ben più ampio: bellissimo, ma non di certo fondamentale.

Come sono preparati i mezzi da gara per un disabile, quali accorgimenti particolari?

La legge italiana obbliga il disabile ad adottare alcuni cambiamenti sul mezzo, che nel racing possono essere by-passati perché non si corre rispettando le regole del Codice della Strada ma si è in circuito privato, in molti casi. Ecco perché l’equivalenza “adattamento da codice” e “adattamento da gara” non è per forza “uno ad uno”. Inoltre, poi, gli adattamenti sono decisamente a seconda della propria disabilità e quindi è difficile rispondere con precisione. In caso di paraplegia e quindi di assenza di mobilità delle gambe, per usare un quad a marce è necessario installare un cambio elettronico, che permette di effettuare le cambiate non più dalla leva posta sul lato sinistro – come per le moto – ma tramite due pulsanti posizionati sul manubrio, accanto alla manopola sinistra. Ad esempio, il disabile dovrebbe poter avere a disposizione un freno integrale a manubrio ma nel racing questo componente può essere decisamente pericoloso, per via di un bloccaggio incontrollato del mezzo: ecco che alcuni preferiscono separare le frenate sinistra e destra con due leve a manubrio ma qui entrano in gioco le preferenze di ognuno, legate anche e soprattutto al contesto nel quale il quad verrà poi utilizzato.

Parlaci dei componenti dei tuo team, le loro storie, le loro difficoltà…

Dovrei fare un capitolo della Divina Commedia per raccontare tutto! Delle difficoltà non mi piace parlare perché in questo team quello che regna è sempre il sorriso e, anzi, si tende nettamente di più a sdrammatizzare che ad enfatizzare i problemi. Le difficoltà della vita di ognuno di noi sono la vita stessa, perciò non hanno di che essere raccontate: molto meglio concentrarsi su quello che, al contrario, la vita può dare anche grazie alla pratica del quad, anche in presenza di difficoltà. Attualmente nel team siamo in cinque: oltre a me ci sono Efrem Morelli, Stefano Cordola, Rossano Valenti e Riccardo Previde Massara. Tutti quanti hanno vissuto una vita precedente, hanno avuto contatti con il mondo racing o della moto da strada e hanno imparato a convivere con l’handicap a seguito di un infortunio che li ha costretti in carrozzina. Eppure hanno tutti e quattro due palle così e convivono con la cosa, ognuno a modo suo, ma sempre con uno stile che è proprio delle persone di questo team: entusiasmo, voglia di divertirsi, zero pietosismi o sensazioni di arrendevolezza e tanta voglia di fare, per coinvolgere sempre nuovi disabili nella pratica del quad.

Cosa si fa in Italia per i disabili, dal vostro punto di vista?

Se lo intendi dal punto di vista del motociclismo, dell’offroad e dello sport, fino ad oggi si è fatto veramente poco o niente. E quel poco che si è fatto, è stato fatto male, per giunta. Ora qualcosa sta cambiando e non posso che essere ottimista e positivo: l’apertura dei tesseramenti agonistici da parte della FMI, fortemente voluto e spinto dal team stesso, che ha contribuito attivamente alla cosa, è un passo importante. Convincere chi sta a piani più alti dei nostri, che il quad non è solo bello per andare in giro ma può anche essere uno strumento per correre, in alcuni casi, è stato il primo passo di un cammino pieno di ostacoli. Però lo stile è quello corretto: apprezziamo molto il lavoro di FMI in questo senso, che ha scelto di non fare categorie apposite ma semplicemente di aprire le porte. Non devono interessarci, infatti, i risultati agonistici: dal nostro punto di vista, quello che conta è solo poter partire dallo stesso cancelletto, in sicurezza e con stessi diritti e doveri. Diverso, se si esce dal mondo racing, il discorso quad ed handicap: le barriere burocratiche sono ancora troppe e troppa è anche l’ignoranza che governa le dinamiche dell’utilizzo del quad per disabili. In concreto: per andare in quad, un normodotato può guidare indifferentemente con patente A o B. Il disabile, invece, è costretto a guidare il quadriciclo con la patente A Speciale, ovvero la “patente delle moto”. Capite bene che questa regola nasce solo per prendere soldi da una situazione disagiata, perché nessun disabile possiede la patente per la moto, perché in moto non ci può andare. Questo significa: visita medica, accertamenti in motorizzazione, adattamenti obbligatori, pratiche per il conseguimento della nuova patente, foglio rosa, e tanti altri balzelli che gravano sul disabile che vuole acquistare un quadriciclo. A volte queste barriere, soprattutto economiche e procedurali, sono talmente elevate che o vengono infrante oppure cancellano l’entusiasmo sul nascere. A ciò si aggiungono adattamenti obbligatori fondati sul non-sense perché realizzati non secondo le esigenze concrete del disabile ma sul passaggio obbligato dell’acquisto degli adattamenti stessi: la commissione nazionale che si occupa di questi adattamenti in seno al Ministero dei Trasporti, è presieduta dal responsabile di una delle aziende che li costruisce, probabilmente la principale dal punto di vista del fatturato. Capisci bene che questo è un conflitto di interesse bello e buono, perché se la commissione decide che il quad per essere guidato da un disabile deve avere le pale come un elicottero, questo viene scritto sulla normativa nazionale e quella stessa azienda sarà la prima ad avere in commercio la pala dell’elicottero per il quad, e magari bocciando le proposte tecniche inviategli dalle altre aziende. Ecco che queste lotte, per il Garpez Team, non possono che essere nettamente più grandi di noi.

In che modo vivete il quotidiano? Quanto è grande la vostra determinazione?

Impossibile determinarlo con una definizione. Diciamo solo che il quad è una delle cose che facciamo ma tutti, chi più chi meno, praticano attività sportiva di alto livello in altri contesti, con risultati anche eccellenti a livello Internazionale come nel caso di Efrem, atleta della nazionale paralimpica di nuoto. L’attitudine delle gare è la stessa della vita quotidiana e quindi di conseguenza anche il superamento delle difficoltà: l’offroad, in questo senso, aiuta. Se cadi ti rialzi e corri di nuovo allo stesso modo, se non meglio. Così è la vita e l’handicap, molto spesso, sta negli occhi di chi lo guarda e nella sua compassione o difficoltà di accettazione.

Un episodio che ti ha segnato, una storia, un aneddoto…

Uno su tutti, quando ero piccolo. Da bambino la timidezza era tanta e così anche l’imbarazzo di una disabilità che mi faceva essere diverso dagli altri. I bambini poi, si sa, sono un po’ stronzi per via della loro incredibile sincerità e quindi la vita inizialmente, per chi come me ha un handicap dalla nascita, a volte è un po’ complessa. Ci si chiude, ci si nasconde un po’ e non si esce allo scoperto per evitare di essere giudicati. L’episodio che mi ha cambiato è avvenuto a Budrio, vicino Bologna, sede dell’INAIL dove mi facevo costruire la protesi. Nella saletta d’attesa, condivisa con altri ragazzi e ragazze, tutti in attesa dei tecnici specializzati, c’era una ragazza, adolescente. Era senza braccia e senza gambe, aveva dei monconi al posto degli arti. Beh, questa ragazza rideva e scherzava con mamma e papà, ingannando l’attesa come tutti gli altri. Quel giorno qualcosa in me è cambiato, ho pensato “se sta bene lei, io che a confronto non ho nulla, non posso permettermi di stare male… Non ne ho alcun diritto”. Allora ho cominciato a giocare a pallacanestro e, pur con una protesi che mi faceva zoppicare, ho vinto un Campionato Italiano di pallacanestro e giocato per qualche tempo nelle giovanili della squadra che giocava in serie A a Torino. Ora, a diciotto anni di distanza da quel giorno, gioco ancora a basket e ho fondato un team di piloti disabili in quad, quindi quella scintilla è rimasta forte dentro di me e devo ancora oggi ringraziare quella inconsapevole ragazza.

I vostri programmi 2012: cosa farete quest’anno nel racing?

I programmi principali sono rivolti alle competizioni di durata. Parteciperemo per intero al Campionato Italiano Baja e faremo alcune apparizioni nel Campionato Italiano Quadcountry. Nel primo caso si tratta di gare di enduro della durata di due giorni, strutturate in diversi anelli da 60, 70 chilometri da percorrere più volte fino ad un totale che varia tra i 400 e i 500 chilometri totali. Il Quadcountry, invece, è la versione nazionale del campionato americano WORCS: mezzo circuito in pista da motocross e mezzo in fettucciato o dentro un bosco, da percorrere per una durata di due ore. Ciliegina sulla torta, sarà certamente la nostra presenza al Mondiale Quad di Pont de Vaux, in Francia, ad agosto.

 Da chi e come vengono modificati i vostri quad?

Non essendo tutti abitanti nella stessa zona, ognuno di noi si rivolge alla propria concessionaria di fiducia, con la quale instaura un rapporto di fiducia identico a quello che chiunque altro potrebbe vivere.

Domenica si gira con il quad… E gli altri giorni cosa fate?

Parliamo di quad! Ognuno vive la sua vita, come tutti: si lavora come tutti, ci si allena in palestra o in piscina, si praticano sport e si sta in famiglia. Ne più ne meno di una qualsiasi vita quotidiana “Normodotata!”.

Una cosa che da disabili non vi va proprio giù…

La compassione. La differenza di trattamento. L’ignoranza. La volontà di dover a tutti i costi fare qualcosa per noi quando non si hanno né le competenze né l’attitudine corretta per farlo: in molti casi, è molto meglio stare fermi e non fare e dire nulla.

Parlate male di… Parlate bene di…

Di nessuno. Il disabile è un essere umano e come tale sbaglia, a prescindere dal suo handicap. Quindi sbagliamo noi, qualcuno parla bene di noi, qualcuno parlerà male di noi ma amen: così è la vita. A me, personalmente, non piace mai parlare male di qualcuno se non direttamente verso la persona interessata. Fortunatamente questo atteggiamento mi fa dormire sonni tranquilli e mi fa essere sereno nei rapporti con le persone, a maggior ragione nel settore dell’offroad dove si conquista la fiducia con tanto impegno e dove la si perde in un attimo per colpa di una parola sbagliata.

Cosa potresti dire ad un neodisabile che si trova in questa “nuova condizione di vita”?

Premetto che non sono nessuno per poterlo fare, anche perché con l’handicap ci sono nato e ho avuto la “fortuna” di imparare a conviverci piano piano, non avendo la possibilità di fare tante cose e quindi non vivendo gli impedimenti di una nuova condizione. L’unica cosa che posso dire è che sotto tanti aspetti la vita è bella e soddisfacente lo stesso e che non bisogna mai mollare perché ogni frangente può donare qualcosa. Ma bisogna anche essere consapevoli: la qualità della vita, in presenza di un handicap, peggiora e se da un lato non ci si deve piangere addosso, dall’altro ci va tanta consapevolezza e umiltà.

 Ultima domanda: i tuoi sogni, le tue speranze, il tuo desiderio di disabile, uomo, pilota ed appassionato…

Da disabile, beh, spero di vedere sempre meno differenze nel quotidiano: finché si è trattati come “diversamente abili”, termine che definisco odioso, le differenze saranno sempre sostanziali perché sottolineate anche nelle piccole cose, anche se a questo proposito sono proprio i disabili a dover – perdona la battuta – fare il primo passo, vivendo una vita lontana dai pietosismi e scevra della ricerca di una approvazione a tutti i costi perché si è “diversi”. Solo così si educano le persone che ci stanno attorno in modo costruttivo e lontano da ogni volontà di differenziare. Il mio desiderio di uomo riguarda certamente in primis mia figlia, che tra poco compirà un anno e la mia famiglia, ma questo è scontato mentre da appassionato, spero che la scena del quad nazionale possa vedere l’uscita a breve di tanti personaggi che ne limitano la crescita e, al contempo, l’ingresso di persone a tutti i livelli – dall’utilizzatore finale fino ai piani più alti della scala gerarchica – che possano incentivarne l’utilizzo e la sua diffusione. Se poi il movimento del quad italiano crescesse anche grazie a noi, tanto meglio!

 

yachtsynergy ADV bottom
Articolo precedenteMax Biaggi: prime prove SBK ad Imola
Articolo successivoSupermoto 2012: disciplina in crescita
Andrea Di Marcantonio
“Non è facile racchiudere quasi trent’anni di passione in poche righe. Lo è invece quello stimolo quotidiano e continuo che mi porta in sella alle moto ed a bordo delle quattro ruote, su strada quanto in pista. Senza dimenticare tutto ciò che compone il mondo dei motori, un mondo dalle mille sfaccettature… Ed è proprio questa passione che alimenta e mi fa “capire” ed “interpretare” i veicoli che provo in una chiave di lettura tecnica e completa oltre che diversa. Punto sulla qualità e l’approfondimento testuale e sull’impatto fotografico delle prove e questo da sempre. Al mio fianco Giuseppe Cardillo e Leonardo Di Giacobbe, fotografi ma, soprattutto, “compagni di viaggio” in questa avventura che parla di performance. Un modo diverso di raccontare le cose, un modo originale nella ricerca delle location: tutto questo sono io ed è ciò che sono per offrire una lettura più dinamica e coinvolgente. PERFORMANCEMAG.IT è tutto questo!”