Bilancio amaro in questa Dakar che ha portato via Paulo Goncalves. Non ci sono vincitori ma solo sconfitti sul piano della reale sicurezza della gara. Tanto si è fatto ma non è bastato. Ne abbiamo parlato con Fabio Fasola, impegnato nella sua Dakar

A volte il destino è davvero unico nella propria espressione. Regala e toglie, offre e recide, manipolando eventi, momenti e situazioni che, ancor più spesso, hanno un guizzo di macabra fatalità. Il pilota fa del rischio la propria “struttura emotiva” ma è preparato a questo e si allena per combattere, gara dopo gara, gli eventi, le gare, gli imprevisti. Perché il rischio è parte integrante di questo “mestiere” …

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Paulo Goncalves ha fermato per sempre la sua carriera alla Dakar quest’anno. Una bruttissima caduta alla tappa numero 7 gli ha tolto tutto ma, soprattutto, la vita, una vita unica, trascorsa con le moto e con la sua grande passione che lo ha portato ad essere uno dei più esperti rider della Dakar. Gara che spesso chiede un freddo “tributo” a fronte del coraggio con cui tutti i piloti affrontano questa magica sfida tra sabbia, dune ed imprevisti.

Km 276 Tappa 7: qui finisci una grande storia di passione

Quel km 276, luogo dell’incidente, sembrava un lungo rettilineo di sabbia che però si è trasformato in un’insidia nascosta senza scampo per Paulo. Il pilota della HERO MotoSports numero 8, 40 anni soltanto, stava gareggiando alla sua Dakar numero 13, gara massacrante che gli ha regalato tante soddisfazioni, tra cui le quattro volte nel top 10 ed il secondo posto nel 2015. Un veterano della sabbia, della navigazione, un grande esperto di guida in quelle condizioni uniche.

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Wolfgang Fischer, Head – Hero MotoSports Team Rally commenta così: “Le parole non possono descrivere il nostro shock e la perdita in questo momento. Non è solo una squadra, è una famiglia per noi e siamo devastati dalla morte di uno dei nostri membri, Paulo Goncalves. È entrato a far parte della squadra nell’aprile dello scorso anno e in poco tempo è diventato parte integrante della famiglia Hero MotoSports Team. Ci mancherà molto e sarà sempre ricordato con affetto da noi. Paulo è stato un vero campione, un gentiluomo, un amico affidabile per tutti nel mondo delle corse e un modello da sportivo e da personalità.”

Dakar chiede spesso un tributo umano troppo grande

Ed è vero, le parole sembrano tutte scontate a fronte di quanto accaduto a questa Dakar. Mi sto chiedendo quanto sia “utile” questo tragico bilancio, quanto sia parte integrante del rischio, termine che ogni pilota valuta e studia attentamente. Mi chiedo se, tutti i piloti delle due ruote, siano realmente “protetti” da cadute a velocità così elevate, dove la fortuna può fare la differenza tra la vita e la morte. Molto si è fatto è vero ma forse è ancora molto poco…

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Si parla tanto di sicurezza ma davvero quanto realmente i piloti sono in grado di gestire la propria sicurezza a fronte delle elevate velocità delle tappe che sfiorano i 170 km/h? Nel corso della tappa 3, Paulo aveva avuto un problema tecnico al motore della sua Hero 450, motore che ha sostituito da solo ed in fretta, cosa che inevitabilmente lo hanno fatto arretrare in classifica. E se avesse avuto un ennesimo problema o una rottura anche sul secondo motore?

Una gara sempre insidiosa ma chi corre accetta gioie e rischi

Il tema sicurezza si fa largo e spinge sempre più, perché il tributo di una vita non vale una Dakar. Si, è vero, fare il pilota è un “mestiere” pieno, zeppo di rischi, ma addentrarsi ancor più nel rendere più sicure le gare è cosa obbligatoria. Oggi però tutto è “visto e sentito” ed i piloti sono assistiti come non mai, ma resta il fatto che quanto accaduto a Paulo è molto border line tra fatalità o magari problema tecnico.

Al telefono con Fabio Fasola: “Chi corre sa cosa rischia. Sempre!”

Ricordo, dopo la tragica scomparsa di Meoni, si parlò tanto di aumentare la sicurezza per le due ruote, poi però, le cose si sono diluite con il tempo e con loro – forse – anche la voce dei piloti moto. Ho raggiunto al telefono Fabio (nella foto sotto), anche lui dentro la Dakar quest’anno che mi racconta che la sicurezza c’è ma che correre in sella ad una moto instabile sulla sabbia è sempre un rischio.

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“La velocità dell’incidente credo sia avvenuta attorno ai 160 km/h, sempre e comunque un’elevata velocità sulla sabbia. A mio avviso quest’anno, la sicurezza gara era 100% e nessun pilota è stato mai abbandonato a sé stesso con i medici sempre e subito pronti ad intervenire qualora ce ne fosse stato bisogno. Ovviamente, questa è la Dakar e la velocità è una componente della gara stessa: una volta potevi appellarti a mille cose, come per la presenza delle frecce per le indicazioni o se le moto fossero state più piccole o ancora se i serbatoi fossero stati meno capienti.

Oggi però c’è tutto questo e se un pilota decide di correre la Dakar sa a cosa può andare incontro. Mi chiedi quali potrebbero essere altri sistemi di protezione… Rispondo che, comunque, cadere a 170 km/h non da molte chance e cosa può proteggerti ulteriormente più di quello che hai addosso? È una gara piena di rischi e da pilota posso dirti che tanto è stato fatto per la sicurezza, soprattutto da parte degli organizzatori che hanno effettuato delle vere e proprie ricerche tecniche su questo delicato argomento. Ad esempio, i sistemi GPS attuali consentono di capire se hai poggiato la moto a terra, quindi gli organizzatori ti contattano per mezzo di sistemi di chiamata per poi allertarsi dopo appena 20”. Purtroppo, sfiga e fortuna fanno purtroppo parte di questo gioco…”

Fabio Fasola, come sempre, esprime un pensiero schietto e consapevole ma, il mio timore è che, dopo questa ennesima tragedia e dopo aver analizzato il “perché” della caduta (che comunque non ci restituirà Paulo), tutto tornerà come prima e tutto sarà dimenticato fino alla prossima edizione.

Non basta dire che Goncalves era un pilota generoso, simpatico, pieno di vita oltre ad essere un grande veterano della Dakar, occorre fermarsi e valutare se sia corretto continuare a vivere questa gara dalla sella di una moto.

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Vietare la gara alle moto? Oppure cosa fare subito?

Gli organizzatori devono abolire l’accesso alle moto o scegliere tracciati meno insidiosi? Oppure, fare un passo indietro ed escludere per sempre le moto dalla gara quando spesso sono le Case a investire risorse elevatissime – in termini economici ed umani – su queste gare? Un passo forte vero, ma una vita vale molto di più di un’Azienda moto, di grandi investimenti tecnici che, a mio avviso, dovrebbero concentrarsi sulla vera e reale e definitiva sicurezza dei piloti…

Chiudo con le parole di Paulo Goncalves nel corso della presentazione della Dakar 2020, parole che non nascondo voglia ed entusiasmo per la nuova sfida con Hero Motorsport e che fanno intuire l’immensa ed inarrestabile passione del pilota portoghese che solo una tragica fatalità ha spezzato per sempre:

È bello essere parte della storia, dei tre capitoli della Dakar. Ora la nuova sfida con Hero Motorsports e ne sono entusiasta. Sono felice finora. Hero è come una famiglia! Conosco il team manager da alcuni anni con Speedbrain e Honda, e probabilmente già l’80% dei membri del team. E unirsi a mio cognato J-Rod è bello perché possiamo lavorare insieme e spingerci a vicenda. Penso che sia una buona combinazione di molte cose che ci aiuteranno a fare una buona gara. Mi restano ancora due mesi per continuare a adattarmi alla nuova moto ed essere pronto a lottare per i primi posti. Questo è l’obiettivo per me e la squadra Dakar. Ci aspettiamo un sacco di sabbia e dune, ma gli organizzatori hanno anche voluto includere aree di montagna e navigazione difficile. Stanno cercando di fare qualcosa di speciale per questo nuovo capitolo della Dakar!”

Vogliamo ricordarti così, pieno di vero, autentico entusiasmo… Addio Paulo!

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